Sunday, March 25, 2007

Il Golem

Gershom Scholem nell'articolo "Golem" dell'Encyclopedia Ju­daica (New York, 1971, vol. VII, col. 753, p.351) così scrive:

"Il golem è una creatura, in particolare un essere umano fabbricato arti­ficialmente grazie a un procedimento magico che fa ricorso ai santi nomi di Dio. La concezione secondo la quale sarebbe possibile creare in questo mo­do degli esseri viventi si ritrova nelle dottrine magiche di un gran numero di popoli. L'esempio più noto è quello degli idoli e delle immagini alle quali gli antichi sostenevano di aver conferito il potere della parola. Presso i greci e gli arabi, queste attività sono talvolta messe in relazione con le speculazioni astrologiche, che consistono nel captare la spiritualità delle stelle e nell'in­sufflarla nelle creature sublunari. Lo sviluppo dell'idea del golem nel giudai­smo è però indipendente dall'astrologia. Quest'idea è infatti piú legata all'ese­gesi magica del Sefer yesirah e alle concezioni che attribuiscono un potere crea­tivo al linguaggio e alle lettere."

Gustav Meyrink nel 1915 scrisse un romanzo, Il Golem ( Milano : Bompiani, 1993; trad. di Carlo Mainoldi) dove si narra che il Golem non è un uomo d'argilla come quello creato dal Rabbi Löw all'epoca di Rodolfo II, bensì un fantasma, un'ombra che ogni 33 anni si aggira per il ghetto sconvolgendo i suoi abitanti. Della sua esistenza nessuno è certo, così che lo si può vedere anche in senso psicanalitico come materializzazione dei timori di coloro che credono di averlo visto, o come rappresentazione del 'doppio'.
Altre opere intorno al Golem sono:
  • Judah Rosenberg, Niflaot Marahal, 1909
  • Chaim Bloch, Il Golem di Praga, 1919
  • Jorge Luis Borges, El Golem, 1958
  • Paul Celan, Einem, der vor der Tür stand, 1964
  • Johannes Urzidil, La mistica del Golem, 1965, in: Di qui passa Kafka, Adelphi
  • Elie Wiesel, Il Golem, 1999
Il regista P. Wegener diresse nel 1920 Der Golem (Il golem) un film muto che appartiene al filone dell'espressionismo tedesco, da cui sono tratte le immagini di questo post.

Saturday, March 24, 2007

Jacques Vaucanson e gli automi meccanici

Jacques de Vaucanson (1709-1782) nasce a Grenoble, dove studia dai Gesuiti. A quindici anni costruisce una navicella meccanica, ma è solo un'avvisaglia. Nel 1725 lo ritroviamo novizio presso i Minimi di Lione. Qui presenta gli automi che ha costruito e la cosa produce scandalo. Due anni dopo ritorna allo stato laicale ed incomincia un'avventurosa peregrinazione attraverso la Francia.
Inseguendo il progetto di costruire un androide, frequenta corsi di anatomia e medicina: costruisce nel 1732 il suo primo automa dalle fattezze umane. E' dello stesso periodo il cigno artificiale presentato all' Académie des Sciences dal meccanico Maillard, il cui progetto sarà riportato dal Gallon nelle Machines approuvées.
L'interesse manifestato da Vaucanson per la meccanica ed al contempo per la medicina, si allinea sulle più progressiste idee del '700, ed è finalizzato a costruire automi in grado di riprodurre i movimenti e le funzioni degli esseri viventi. Pur volendo costruire delle "anatomies mouvantes" riesce a creare automi spettacolari, che sorprendono per le loro strutture complicate. Se lo spirito è sorprendentemente scientifico, i risultati sono acclamati per la loro capacità di stupire: quasi fossero delle "macchine da baraccone".
Il primo androide che consacra il nostro alla fama è il suonatore di flauto.

"La figura è alta cinque piedi e mezzo, è seduta su una roccia posta su un piedestallo cubico. Nella parte anteriore del piedestallo si vede sulla destra un meccanismo che, con la trasmissione di molte ruote dentate, pone in rotazione un albero a gomiti a cui sono collegati, tramite dei fili, sei soffietti, i quali vengono così posti in movimento. Altri tre soffietti sono collegati allo stesso albero, superiormente ai precedenti. Questi nove soffietti convogliano l'aria da loro prodotta in tre differenti condotti, separati.
I tre condotti arrivano a tre differenti camere che fungono da accumulatori. Di qui i condotti si riuniscono e giungono alla cavità della bocca del flautista. Apposite linguette regolano il flusso e la pressione dell'aria soffiata.
Sulla sinistra del piedestallo, un'altro meccanismo a molla fa ruotare un cilindro lungo due piedi e mezzo e avente una circonferenza di sessantaquattro pollici. Esso è suddiviso in quindici parti eguali, ciascuna di un pollice e mezzo. Su di esse si appoggiano altrettanti tasti, le cui leve, mobilissime, sono mosse da denti posti alla periferia del cilindro. All'altra estremità delle leve si dipartono dei fili che comandano l'apertura delle valvole, il movimento delle dita, delle labbra e della lingua del flautista."





Poiché il cilindro, che funziona sul principio di un carillon, è dotato, oltre al moto di rotazione, anche di un moto di avanzamento lungo il suo asse, è possibile ad ogni giro variare le combinazioni dei movimenti. Lo studio dell'anatomia raggiunge livelli di eccellente perfezione nell'imitazione del soffio delle labbra, in modo da poter indurre nel flauto le note di ben tre ottave.

"Con l'azione di una levetta che varia l'apertura delle labbra, si imita l'azione di un uomo vivo, che è costretto a forzare per ottenere i toni bassi. Con la leva che ritrae le labbra, si imita l'azione con cui esse vengono allontanate dal becco del flauto.
"Con la leva che regola il flusso d'aria che proviene dal serbatoio, si riescono ad imitare perfettamente le azioni dovute ai muscoli del petto.

All'androide segue l'anatra meccanica: "un CANARD artificiel en cuivre doré qui Bois, Mange, Coüasse, Barbote dans l'eau et fait la digestion comme un canard vivant".


Tra sapere enciclopedico, ottimismo tecnologico e gusto della teatralità, la figura del Vaucanson si staglia, come emblema paradigmatico di un Settecento ricco di contraddizioni, ma anche di grandi germi di crescita. Hans Magnus Enzensberger, non senza una sua "morale" negativa, colloca il meccanico degli automi nel suo Mausoleum "delle illusioni, delle contraddizioni e della follia di ciò che si suole chiamare progresso".

Il pubblico era sceltissimo. Un fruscio
fremeè fra le toilettes di seta: fantastico!
Un vero capolavoro: l'anatra meccanica.
Era incantato anche Diderot. L'automa
sguazzava, ancheggiava nell'acqua:
Qual delicatezza in ogni sua parte!
[...]
Anche l'anitra fu perfezionata:
alfine beccava i grani,
digerendoli con cura, e il tanfo,
che pervade ora la sala,
è intollerabile. Vorremmo all'artista
esprimere la gioia che la sua magica
invenzione ha a noi tutti recato.

Si veda più in dettaglio: Vittorio Marchis, Storia delle macchine, Roma-Bari : Laterza, 2005.

http://www.automates-anciens.com/version_italienne/colonna_titoli/colonna_titoli_italiano.htm

Uomo-Macchina

Nel 1748, Julien Offroy de La Mettrie pubblica un libro intitolato L'Homme-Machine, che presto sarà bruciato sulla pubblica piazza come opera eretica. Si legge:

"Il corpo non è che un orologio, di cui il nuovo chilo è l'orologiaio. Quando questo entra nel sangue, la prima cura della natura è di eccitarvi una specie di febbre, che i chimici, i quali dappertutto non vedono altro che i loro lambicchi, hanno dovuto scambiare per una fermentazione. Questa febbre produce una maggiore filtrazione di spiriti, i quali meccanicamente vanno ad animare i muscoli e il cuore, come se ci fossero stati mandati per ordine della volontà."




"Facendosi la barba una mattina, un uomo scopre un filo metallico che gli esce dalla guancia sinistra. Tentando di rimuoverlo si ferisce profondamente. Da quel momento, per lui la vita diventa un incubo fatto di demoni e sogni perversi, e il suo corpo si ricopre velocemente di metallo... "



Il film Tetsuo. The Iron Man, opera prima di Shinya Tsukamoto che vinse il Primo Premio al Fantafestival di Roma del 1989, rappresenta una nuova (e orrifica) metamorfosi di un essere umano in una macchina.

Letterature fantastiche (e non)


Molti sono i libri che narrano di macchine antropomorfe. Una rassegna di "copertine" tra cui scovare le inquietanti presenze si trova in:

www.vittoriomarchis.it/Machine&Cover_1.html

Protesi

L'utensile è una protesi dell'uomo
L'uomo è protesi della macchina
(Gunther Anders, L'uomo è antiquato 2)

Protesi, ovvero la metamorfosi
(un Mito postindustriale di Vittorio Marchis)

"La natura è in grado di compiere cose straordinarie senza l'intervento degli spiriti maligni. Se la natura, poi, è aiutata dal sapere e dall'ingegnosità umani, allora i risultati saranno quasi incredibili per gli inesperti" (Ruggero Bacone, I segreti dell'arte e della natura, cap. IV)
Si racconta che un tempo, in un paese oggi scomparso e ormai ridotto a semplice landa desolata, arida e priva di ogni scrittura della passata storia, vivesse un popolo di uomini e donne supremamente intelligenti. Questi uomini e queste donne, bellissimi, non avevano bisogno di lavorare perché il loro pensiero era sufficiente a far sì che le risorse naturali bastassero non solo alle necessità, ma soprattutto al loro diletto. Conoscevano il piacere dei sei sensi e anche il procreare era ridotto a puro linguaggio, a trasmissione di emozioni e simpatia. Si è già detto che questi uomini e queste donne non avevano bisogno di lavorare. E perciò essi non avevano né mani né braccia.
Chi argomentasse, con il nostro modo di pensare, che essi erano più simili agli animali che a noi sbaglierebbe di grosso, perché in verità la loro prossimità agli dei era quanto noi non possiamo nemmeno immaginare.
Un giorno, una giovane di nome Protesi ebbe la ventura di essere trasportata dal mare, a causa di una tempesta, sulla spiaggia di un'isola abitata dagli uomini, ossia da esseri pari a quanti raccontano e tramandano questa storia. Quando, dopo un lungo sonno, Protesi si svegliò, trovò dinanzi a sé uomini e donne ben più brutti e rozzi di lei. In fondo anch'essi avevano una testa, un torso, un ombelico, due gambe; sorridevano e muovevano le labbra; si toccavano e si facevano segni. Ma avevano qualcosa che li rendeva diversi: due articolazioni, simili alle gambe, ma più sottili, dotate di estremità ramificate e estremamente mobili si dipartivano dalle spalle, leggermente al di sopra e a fianco delle mammelle. Usavano questi rami per afferrare le pietre, per spezzare le foglie degli alberi, per staccare gli acini dai grappoli e per disporli in file ordinate, per tracciare insulsi segni sulla sabbia. Ciò che più impressionò Protesi fu il vedere un vecchio, ormai cieco, usare le mani (così le chiamavano) per tamburellare su alcune canne, producendo in questo modo suoni mai ascoltati, strani, ma desiderabili. E fu colta da invidia.
Pregò allora gli dei che la facessero ritornare a casa e la rendessero simile agli uomini che aveva incontrato sull'isola. La richiesta parve agli dei alquanto strana, alcuni di essi rimasero dubbiosi, altri la ritennero completamente stupida, ma poiché le preghiere di Protesi erano insistenti e continue, e poiché gli dei si lasciano commuovere dalle loro creature, finalmente si convinsero nell'esaudire le preghiere della bellissima giovane. Nella fucina dove si forgiano tutte le cose del mondo, con i metalli più preziosi vennero fatti preparare due arti lucenti e mobilissimi, ciascuno terminante con cinque ramificazioni prensili. Dopo che gli arti furono ultimati, gli dei rapirono Protesi, ed immersala in un torpore soavissimo le applicarono gli arti esattamente a somiglianza di quelli ammirati negli uomini e nelle donne dell'isola. Quando si fu risvegliata dal torpore, prima di essere ricondotta tra i suoi simili, Protesi fu istruita sull'uso degli arti. Ma le si impose, come pagamento del dono ricevuto, di non svelare l'origine di questo dono così singolare. Protesi promise solennemente, e fu rimandata presso i suoi simili. Gli dei l'abbandonarono al suo destino.
Credeva che sarebbe stata accolta come una dea, onnipotente per i nuovi doni ricevuti, ma rimase ben presto delusa. Additata come una mutazione mostruosa della natura più abbietta, fu relegata presso il bosco sacro alle ninfe, in modo che si potesse purificare, vergine, consacrandosi a quanto la Natura prodiga ci fornisce nella frescura delle selve. Sola rimase per lunghi mesi trovando unico diletto nelle canne, che ora riusciva a divellere dal terreno, a tagliare con cura, a riunire in fasci ordinati per altezza. In esse soffiava e traeva melodie dolcissime.
Attirato dal suono, un giovane di cui rimane ancor oggi sconosciuto il nome, la avvicinò e l'amò. Noi tutti siamo figli di Protesi.

Androidi, Automi, Cyborg, Robot

Nell'Encyclopédie (1752-1772) di Diderot e d'Alembert due sono le voci che anticipano le macchine antropomorfe: Androide e Automate.

ANDROIDE, s. m. (Méchan.) automate ayant figure humaine & qui, par le moyen de certains ressorts, &c. bien disposés, agit & fait d'autres fonctions extérieurement semblables à celles de l'homme. Voyez AUTOMATE. Ce mot est composé du grec , génitif , homme, & de , forme.
Albert le Grand avoit, dit-on, fait un androïde. Nous en avons vû un à Paris en 1738, dans le Flûteur automate de M. Vaucanson, aujourd'hui de l'académie royale des Sciences.
L'auteur publia cette année 1738, un mémoire approuvé avec éloge par la même Académie : il y fait la description de son Flûteur, que tout Paris a été voir en foule. Nous insérerons ici la plus grande partie de ce mémoire, qui nous a paru digne d'être conservé.
La figure est de cinq piés & demi de hauteur environ, assise sur un bout de roche, placée sur un piéd'estal quarré, de quatre piés & demi de haut sur trois piés & demi de large.
A la face antérieure du pié-d'estal (le panneau étant ouvert) on voit à la droite un mouvement, qui, à la faveur de plusieurs roues, fait tourner en-dessous un axe d'acier de deux piés six pouces de long, coudé en six endroits dans sa longueur par égale distance, mais en sens différens. A chaque coude sont attachés des cordons qui aboutissent à l'extrémité des panneaux supérieurs de six soufflets de deux piés & demi de long sur six pouces de large, rangés dans le fond du pié-d'estal, où leur panneau inférieur est attaché à demeure ; de sorte que l'axe tournant, les six soufflets se haussent & s'abaissent successivement les uns après les autres.
A la face postérieure, au-dessus de chaque soufflet, est une double poulie, dont les diametres sont inégaux ; savoir, l'un de trois pouces, & l'autre d'un pouce & demi ; & cela pour donner plus de levée aux soufflets, parce que les cordons qui y sont attachés vont se rouler sur le plus grand diametre de la poulie, & ceux qui sont attachés à l'axe qui les tire se roulent sur le petit.
Sur le grand diametre de trois de ces poulies du côté droit, se roulent aussi trois cordons, qui par le moyen de plusieurs petites poulies, aboutissent aux panneaux supérieurs de trois soufflets placés sur le haut du bâti, à la face antérieure & supérieure.
La tension qui se fait à chaque cordon, lorsqu'il commence à tirer le panneau du soufflet où il est attaché, fait mouvoir un levier placé au-dessus, entre l'axe & les doubles poulies, dans la région moyenne & inférieure du bâti. Ce levier, par différens renvois, aboutit à la soûpape qui se trouve au-dessous du panneau inférieur de chaque soufflet, & la soûtient levée, afin que l'air y entre sans aucune résistance, tandis que le panneau supérieur en s'élevant en augmente la capacité. Par ce moyen, outre la force que l'on gagne, on évite le bruit que fait ordinairement cette soûpape, causé par le tremblement que l'air occasionne en entrant dans le soufflet : ainsi les neuf soufflets sont mûs sans secousse, sans bruit, & avec peu de force.
Ces neuf soufflets communiquent leur vent dans trois tuyaux différens & séparés. Chaque tuyau reçoit celui de trois soufflets ; les trois qui sont dans le bas du bâti à droite par la face antérieure, communiquent leur vent à un tuyau qui regne en-devant sur le montant du bâti du même côté, & ces trois-là sont chargés d'un poids de quatre livres : les trois qui sont à gauche dans le même rang, donnent leur vent dans un semblable tuyau, qui regne pareillement sur le montant du bâti du même côté, & ne sont chargés chacun que d'un poids de deux livres : les trois qui sont sur la partie supérieure du bâti, donnent aussi leur vent à un tuyau qui regne horisontalement sous eux & en-devant ; ceux-ci ne sont chargés que du poids de leur simple panneau.
Ces tuyaux par différens coudes, aboutissent à trois petits réservoirs placés dans la poitrine de la figure. Là par leur réunion ils en forment un seul, qui montant par le gosier, vient par son élargissement former dans la bouche une cavité, terminée par deux especes de petites levres qui posent sur le trou de la flûte ; ces levres donnent plus ou moins d'ouverture, & ont un mouvement particulier pour s'avancer & se reculer. En-dedans de cette cavité est une petite languette mobile, qui par son jeu peut ouvrir & fermer au vent le passage que lui laissent les levres de la figure.
Voilà par quel moyen le vent a été conduit jusqu'à la flûte. Voici ceux qui ont servi à le modifier.
A la face antérieure du bâti à gauche, est un autre mouvement qui, à la faveur de son roüage, fait tourner un cylindre de deux piés & demi de long sur soixante-quatre pouces de circonférence. Ce cylindre est divisé en quinze parties égales d'un pouce & demi de distance. A la face postérieure & supérieure du bâti est un clavier traînant sur ce cylindre, composé de quinze leviers très-mobiles, dont les extrémités du côté du dedans sont armées d'un petit bec d'acier, qui répond à chaque division du cylindre. A l'autre extrémité de ces leviers sont attachés des fils & chaînes d'acier, qui répondent aux différens réservoirs de vent, aux doigts, aux levres & à la langue de la figure. Ceux qui répondent aux différens réservoirs de vent sont au nombre de trois, & leurs chaînes montent perpendiculairement derriere le dos de la figure jusque dans la poitrine où ils sont placés, & aboutissent à une soûpape particuliere à chaque réservoir : cette soûpape étant ouverte, laisse passer le vent dans le tuyau de communication qui monte, comme on l'a déjà dit, par le gosier dans la bouche. Les leviers qui répondent aux doigts sont au nombre de sept, & leurs chaînes montent aussi perpendiculairement jusqu'aux épaules, & là se coudent pour s'insérer dans l'avant-bras jusqu'au coude, où elles se plient encore pour aller le long du bras jusqu'au poignet ; elles y sont terminées chacune par une charniere qui se joint à un tenon que forme le bout du levier contenu dans la main, imitant l'os que les Anatomistes appellent l'os du métacarpe, & qui, comme lui, forme une charniere avec l'os de la premiere phalange, de façon que la chaîne étant tirée, le doigt puisse se lever. Quatre de ces chaînes s'inserent dans le bras droit, pour faire mouvoir les quatre doigts de cette main, & trois dans le bras gauche pour trois doigts, n'y ayant que trois trous qui répondent à cette main. Chaque bout de doigt est garni de peau, pour imiter la mollesse du doigt naturel, afin de pouvoir boucher le trou exactement. Les leviers du clavier qui répondent au mouvement de la bouche sont au nombre de quatre : les fils d'acier qui y sont attachés forment des renvois, pour parvenir dans le milieu du rocher en-dedans ; & là ils tiennent à des chaînes qui montent perpendiculairement & parallelement à l'épine du dos dans le corps de la figure ; & qui passant par le cou, viennent dans la bouche s'attacher aux parties, qui font faire quatre différens mouvemens aux levres intérieures : l'un fait ouvrir ces levres pour donner une plus grande issue au vent ; l'autre la diminue en les rapprochant ; le troisieme les fait retirer en-arriere ; & le quatrieme les fait avancer sur le bord du trou.
Il ne reste plus sur le clavier qu'un levier, où est pareillement attachée une chaîne qui monte ainsi que les autres, & vient aboutir à la languette qui se trouve dans la cavité de la bouche derriere les levres, pour emboucher le trou, comme on l'a dit ci-dessus.
Ces quinze leviers répondent aux quinze divisions du cylindre par les bouts où sont attachés les becs d'acier, & à un pouce & demi de distance les uns des autres. Le cylindre venant à tourner, les lames de cuivre placées sur ses lignes divisées, rencontrent les becs d'acier & les soûtiennent levés plus ou moins long-tems, suivant que les lames sont plus ou moins longues : & comme l'extrémité de tous ces becs forme entre eux une ligne droite, parallele à l'axe du cylindre, coupant à angle droit toutes les lignes de division, toutes les fois qu'on placera à chaque ligne une lame, & que toutes leurs extrémités formeront entr'elles une ligne également droite, & parallele à celle que forment les becs des leviers, chaque extrémité de lame (le cylindre retournant) touchera & soûlevera dans le même instant chaque bout de levier ; & l'autre extrémité des lames formant également une ligne droite, chacune laissera échapper son levier dans le même tems. On conçoit aisément parlà comment tous les leviers peuvent agir & concourir tous à la fois à une même opération s'il est nécessaire. Quand il n'est besoin de faire agir que quelques leviers, on ne place des lames qu'aux divisions où répondent ceux qu'on veut faire mouvoir : on en détermine même le tems en les plaçant plus ou moins éloignées de la ligne que forment les becs : on fait cesser aussi leur action plûtôt ou plus tard, en les mettant plus ou moins longues.
L'extrémité de l'axe du cylindre du côté droit est terminée par une vis sans fin à simples filets, distans entr'eux d'une ligne & demie, & au nombre de douze, ce qui comprend en tout l'espace d'un pouce & demi de longueur, égal à celui des divisions du cylindre.
Au-dessus de cette vis est une piece de cuivre immobile, solidement attachée au bâti, à laquelle tient un pivot d'acier d'une ligne environ de diametre, qui tombe dans une cannelure de la vis & lui sert d'écrou, de façon que le cylindre est obligé en tournant de suivre la même direction que les filets de la vis, contenus par le pivot d'acier qui est fixe. Ainsi chaque point du cylindre décrira continuellement en tournant une ligne spirale, & fera par conséquent un mouvement progressif de droit à gauche.
C'est par ce moyen que chaque division du cylindre, déterminée d'abord sous chaque bout de levier, changera de point à chaque tour qu'il fera, puisqu'il s'en éloignera d'une ligne & demie, qui est la distance qu'ont les filets de la vis entr'eux.
Les bouts des leviers attachés au clavier restant donc immobiles, & les points du cylindre auxquels ils répondent d'abord, s'éloignant à chaque instant de la perpendiculaire, en formant une ligne spirale, qui par le mouvement progressif du cylindre est toûjours dirigée au même point, c'est-à-dire à chaque bout de levier ; il s'ensuit que chaque bout de levier trouve à chaque instant des points nouveaux sur les lames du cylindre qui ne se répetent jamais, puisqu'elles forment entr'elles des lignes spirales qui forment douze tours sur le cylindre avant que le premier point de division vienne sous un autre levier, que celui sous lequel il a été déterminé en premier lieu.
C'est dans cet espace d'un pouce & demi qu'on place toutes les lames, qui forment elles-mêmes les lignes spirales, pour faire agir le levier sous qui elles doivent toûjours passer pendant les douze tours que fait le cylindre. A mesure qu'une ligne change pour son levier, toutes les autres changent pour le leur : ainsi chaque levier a douze lignes de lames de 64 pouces de diametre qui passent sous lui, & qui font entr'elles une ligne de 768 pouces de long. C'est sur cette ligne que sont placées toutes les lames suffisantes pour l'action du levier durant tout le jeu.
Il ne reste plus qu'à faire voir comment tous ces différens mouvemens ont servi à produire l'effet qu'on s'est proposé dans cet automate, en les comparant avec ceux d'une personne vivante.
Est-il question de lui faire tirer du son de sa flûte, & de former le premier ton, qui est le ré d'en-bas ? On commence d'abord à disposer l'embouchûre ; pour cet effet on place sur le cylindre une lame dessous le levier qui répond aux parties de la bouche, servant à augmenter l'ouverture que font les levres. Secondement, on place une lame sous le levier qui sert à faire reculer ces mêmes levres. Troisiemement, on place une lame sous le levier qui ouvre la soûpape du réservoir du vent qui vient des petits soufflets qui ne sont point chargés. On place en dernier lieu une lame sous le levier qui fait mouvoir la languette pour donner le coup de langue ; de façon que ces lames venant à toucher dans le même tems les quatre leviers qui servent à produire les susdites opérations, la flûte sonnera le ré d'en-bas.
Par l'action du levier qui sert à augmenter l'ouverture des levres, on imite l'action de l'homme vivant, qui est obligé de l'augmenter dans les tons bas. Par le levier qui sert à faire reculer les levres, on imite l'action de l'homme, qui les éloigne du trou de la flûte en la tournant en-dehors. Par le levier qui donne le vent provenant des soufflets qui ne sont chargés que de leur simple panneau, on imite le vent foible, que l'homme donne alors, vent qui n'est pareillement poussé hors de son réservoir que par une legere compression des muscles de la poitrine. Par le levier qui sert à faire mouvoir la languette, en débouchant le trou que forment les levres pour laisser passer le vent, on imite le mouvement que fait aussi la langue de l'homme, en se retirant du trou pour donner passage au vent, & par ce moyen lui faire articuler une telle note. Il résultera donc de ces quatre opérations différentes, qu'en donnant un vent foible, & le faisant passer par une issue large dans toute la grandeur du trou de la flûte, son retour produira des vibrations lentes, qui seront obligées de se continuer dans toutes les particules du corps de la flûte, puisque tous les trous se trouveront bouchés, & par conséquent la flûte donnera un ton bas ; c'est ce qui se trouve confirmé par l'expérience.
Veut-on lui faire donner le ton au-dessus, savoir le mi ? aux quatre premieres opérations pour le ré on en ajoûte une cinquieme ; on place une lame sous le levier, qui fait lever le troisieme doigt de la main droite pour déboucher le sixieme trou de la flûte, & on fait approcher tant-soit-peu les levres du trou de la flûte en baissant un peu la lame du cylindre qui tenoit le levier élevé pour la premiere note, savoir le ré : ainsi donnant plûtôt aux vibrations une issue, en débouchant le premier trou du bout, la flûte doit sonner un ton au-dessus ; ce qui est aussi confirmé par l'expérience.
Toutes ces opérations se continuent à-peu-près les mêmes dans les tons de la premiere octave, où le même vent suffit pour les former tous, c'est la différente ouverture des trous, par la levée des doigts, qui les caractérise : on est seulement obligé de placer sur le cylindre des lames sous les leviers, qui doivent lever les doigts pour former tel ou tel ton.
Pour avoir les tons de la seconde octave, il faut changer l'embouchûre de situation, c'est-à-dire, placer une lame dessous le levier, qui contribue à faire avancer les levres au-delà du diametre du trou de la flûte, & imiter par-là l'action de l'homme vivant, qui en pareil cas tourne la flûte un peu en-dedans. Secondement il faut placer une lame sous le levier, qui, en faisant rapprocher les deux levres, diminue leur ouverture ; opération que fait pareillement l'homme quand il serre les levres pour donner une moindre issue au vent. Troisiemement, il faut placer une lame sous le levier qui fait ouvrir la soûpape du réservoir, qui contient le vent provenant des soufflets chargés du poids de deux livres ; vent qui se trouve poussé avec plus de force, & semblable à celui que l'homme vivant pousse par une plus forte compression des muscles pectoraux. De plus, on place des lames sous les leviers nécessaires pour faire lever les doigts qu'il faut. Il s'ensuivra de toutes ces différentes opérations, qu'un vent envoyé avec plus de force, & passant par une issue plus petite, redoublera de vîtesse & produira par conséquent les vibrations doubles ; & ce sera l'octave.
A mesure qu'on monte dans les tons supérieurs de cette seconde octave, il faut de plus en plus serrer les levres, pour que le vent, dans un même tems, augmente de vîtesse.
Dans les tons de la troisieme octave, les mêmes leviers qui vont à la bouche agissent comme dans ceux de la seconde, avec cette différence que les lames sont un peu plus élevées, ce qui fait que les levres vont tout-à-fait sur le bord du trou de la flûte, & que le trou qu'elles ferment devient extrèmement petit. On ajoûte seulement une lame sous le levier qui fait ouvrir la soûpape, pour donner le vent qui vient des soufflets les plus chargés, savoir du poids de quatre livres ; par conséquent le vent poussé avec une plus forte compression, & trouvant une issue encore plus petite, augmentera de vîtesse en raison triple : on aura donc la triple octave.
Il se trouve des tons dans toutes ces différentes octaves plus difficiles à rendre les uns que les autres ; on est pour lors obligé de les ajuster en plaçant les levres sur une plus grande ou plus petite corde du trou de la flûte, en donnant un vent plus ou moins fort, ce que fait l'homme dans les mêmes tons où il est obligé de ménager son vent & de tourner la flûte plus ou moins en-dedans ou en-dehors.
On conçoit facilement que toutes les lames placées sur le cylindre sont plus ou moins longues, suivant le tems que doit avoir chaque note, & suivant la différente situation où doivent se trouver les doigts pour les former ; ce qu'on ne détaillera point ici pour ne point donner à cet article trop d'étendue. On fera remarquer seulement que dans les enflemens de son il a fallu, pendant le tems de la même note, substituer imperceptiblement un vent foible à un vent fort, & à un plus fort un plus foible, & varier conjointement les mouvemens des levres, c'est-à-dire, les mettre dans leur situation propre pour chaque vent.
Lorsqu'il a fallu faire le doux, c'est-à-dire imiter un écho, on a été obligé de faire avancer les levres sur le bord du trou de la flûte, & envoyer un vent suffisant pour former un tel ton, mais dont le retour par une issue aussi petite qu'est celle de son entrée dans la flûte, ne peut frapper qu'une petite quantité d'air extérieur ; ce qui produit, comme on l'a dit ci-dessus, ce qu'on appelle écho.
Les différens airs de lenteur & de mouvement ont été mesurés sur le cylindre par le moyen d'un levier, dont une extrémité armée d'une pointe pouvoit, lorsqu'on frappoit dessus, marquer ce même cylindre. A l'autre bras du levier étoit un ressort qui faisoit promptement relever la pointe. On lâchoit le mouvement qui faisoit tourner le cylindre avec une vîtesse déterminée pour tous les airs : dans le même tems une personne joüoit sur la flûte l'air qu'on vouloit mesurer ; un autre battoit la mesure sur le bout du levier qui pointoit le cylindre, & la distance qui se trouvoit entre les points étoit la vraie mesure des airs qu'on vouloit noter ; on subdivisoit ensuite les intervalles en autant de parties que la mesure avoit de tems. (O)

Combien de finesses dans tout ce détail ! Que de délicatesse dans toutes les parties de ce méchanisme ! Si cet article, au lieu d'être l'exposition d'une machine exécutée, étoit le projet d'une machine à faire, combien de gens ne le traiteroient-ils pas de chimere ? Quant à moi, il me semble qu'il faut avoir bien de la pénétration & un grand fonds de méchanique pour concevoir la possibilité du mouvement des levres de l'automate, de la ponctuation du cylindre, & d'une infinité d'autres particularités de cette description. Si quelqu'un nous propose donc jamais une machine moins compliquée, telle que seroit celle d'un harmonometre, ou d'un cylindre divisé par des lignes droites & des cercles dont les intervalles marqueroient les mesures, & percé sur ces intervalles de petits trous dans lesquels on pourroit insérer des pointes mobiles, qui s'appliquant à discrétion sur telles touches d'un clavier que l'on voudroit, exécuteroit telle piece de Musique qu'on desireroit à une ou plusieurs parties ; alors gardons-nous bien d'accuser cette machine d'être impossible, & celui qui la propose d'ignorer la Musique ; nous risquerions de nous tromper lourdement sur l'un & l'autre cas.




AUTOMATE, sub. m. (Méchaniq.) engin qui se meut de lui-même, ou machine qui porte en elle le principe de son mouvement.
Ce mot est grec , & composé de , ipse, & , je suis excité ou prêt, ou bien de , facilement, d'où vient , spontanée, volontaire. Tel étoit le pigeon volant d'Architas, dont Aulugelle fait mention au liv. X. ch. xij. des nuits attiques, supposé que ce pigeon volant ne soit point une fable.
Quelques auteurs mettent au rang des automates les instrumens de méchanique, mis en mouvement par des ressorts, des poids internes, &c. comme les horloges, les montres, &c. Voyez Joan. Bapt. Port. mag. nat. chap. xjx. Scaliger. subtil. 326. Voyez aussi RESSORT, PENDULE, HORLOGE, MONTRE, &c.
Le flûteur automate de M. de Vaucanson, membre de l'académie royale des Sciences, le canard, & quelques autres machines du même auteur, sont au nombre des plus célebres ouvrages qu'on ait vûs en ce genre depuis fort long-tems.
Voyez à l'article ANDROIDE ce que c'est que le flûteur.
L'auteur, encouragé par le succès, exposa en 1741 d'autres automates, qui ne furent pas moins bien reçûs. C'étoit :
1°. Un canard, dans lequel il représente le méchanisme des visceres destinés aux fonctions du boire, du manger, & de la digestion ; le jeu de toutes les parties nécessaires à ces actions, y est exactement imité : il allonge son cou pour aller prendre du grain dans la main, il l'avale, le digere, & le rend par les voies ordinaires tout digéré ; tous les gestes d'un canard qui avale avec précipitation, & qui redouble de vîtesse dans le mouvement de son gosier, pour faire passer son manger jusque dans l'estomac, y sont copiés d'après nature : l'aliment y est digéré comme dans les vrais animaux, par dissolution, & non par trituration ; la matiere digérée dans l'estomac est conduite par des tuyaux, comme dans l'animal par ses boyaux, jusqu'à l'anus, où il y a un sphincter qui en permet la sortie.
L'auteur ne donne pas cette digestion pour une digestion parfaite, capable de faire du sang & des sucs nourriciers pour l'entretien de l'animal ; on auroit mauvaise grace de lui faire ce reproche. Il ne prétend qu'imiter la méchanique de cette action en trois choses, qui sont : 1°. d'avaler le grain ; 2°. de le macérer, cuire ou dissoudre ; 3°. de le faire sortir dans un changement sensible.
Il a cependant fallu des moyens pour les trois actions, & ces moyens mériteront peut-être quelque attention de la part de ceux qui demanderoient davantage. Il a fallu employer différens expédiens pour faire prendre le grain au canard artificiel, le lui faire aspirer jusque dans son estomac, & là dans un petit espace, construire un laboratoire chimique, pour en décomposer les principales parties intégrantes, & le faire sortir à volonté, par des circonvolutions de tuyaux, à une extrémité de son corps toute opposée.
On ne croit pas que les Anatomistes ayent rien à desirer sur la construction de ses aîles. On a imité os par os, toutes les éminences qu'ils appellent apophyses. Elles y sont régulierement observées, comme les différentes charnieres, les cavités, les courbes. Les trois os qui composent l'aîle, y sont très-distincts : le premier qui est l'humerus, a son mouvement de rotation en tout sens, avec l'os qui fait l'office d'omoplate ; le second qui est le cubitus de l'aîle, a son mouvement avec l'humerus par une charniere, que les Anatomistes appellent par ginglyme ; le troisieme qui est le radius, tourne dans une cavité de l'humerus, & est attaché par ses autres bouts aux petits os du bout de l'aîle, de même que dans l'animal.
Pour faire connoître que les mouvemens de ces aîles ne ressemblent point à ceux que l'on voit dans les grands chefs-d'oeuvres du coq de l'horloge de Lyon & de Strasbourg, toute la méchanique du canard artificiel a été vûe à découvert, le dessein de l'auteur étant plûtôt de démontrer, que de montrer simplement une machine.
On croit que les personnes attentives sentiront la difficulté qu'il y a eu de faire faire à cet automate tant de mouvemens différens ; comme lorsqu'il s'éleve sur ses pattes, & qu'il porte son cou à droite & à gauche. Ils connoîtront tous les changemens des différens points d'appui ; ils verront même que ce qui servoit de point d'appui à une partie mobile, devient à son tour mobile sur cette partie, qui devient fixe à son tour ; enfin ils découvriront une infinité de combinaisons méchaniques.
Toute cette machine joue sans qu'on y touche, quand on l'a montée une fois.
On oublioit de dire, que l'animal boit, barbote dans l'eau, croasse comme le canard naturel. Enfin l'auteur a tâché de lui faire faire tous les gestes d'après ceux de l'animal vivant, qu'il a considéré avec attention.
2°. Le second automate est le joüeur de tambourin, planté tout droit sur son pié d'estal, habillé en berger danseur, qui joue une vingtaine d'airs, menuets, rigodons ou contre-danses.
On croiroit d'abord que les difficultés ont été moindres qu'au flûteur automate : mais sans vouloir élever l'un pour rabaisser l'autre, il faut faire réflexion qu'il s'agit de l'instrument le plus ingrat, & le plus faux par lui-même ; qu'il a fallu faire articuler une flûte à trois trous, où tous les tons dépendent du plus ou moins de force de vent, & de trous bouchés à moitié ; qu'il a fallu donner tous les vents différens, avec une vîtesse que l'oreille a de la peine à suivre ; donner des coups de langue à chaque note, jusque dans les doubles croches, parce que cet instrument n'est point agréable autrement. L'automate surpasse en cela tous nos joüeurs de tambourin, qui ne peuvent remuer la langue avec assez de légereté, pour faire une mesure entiere de doubles croches toutes articulées ; ils en coulent la moitié : & ce tambourin automate joue un air entier avec des coups de langue à chaque note.
Quelle combinaison de vents n'a-t-il pas fallu trouver pour cet effet ? L'auteur a fait aussi des découvertes dont on ne se seroit jamais douté ; auroit-on cru que cette petite flûte est un des instrumens à vent qui fatiguent le plus la poitrine des joüeurs ?
Les muscles de leur poitrine font un effort équivalant à un poids de 56 livres, puisqu'il faut cette même force de vent, c'est-à-dire, un vent poussé par cette force ou cette pesanteur, pour former le si d'enhaut, qui est la derniere note où cet instrument puisse s'étendre. Une once seule fait parler la premiere note, qui est le mi : que l'on juge quelle division de vent il a fallu faire pour parcourir toute l'étendue du flageolet provençal.
Ayant si peu de positions de doigts différentes, on croiroit peut-être qu'il n'a fallu de différens vents, qu'autant qu'il y a de différentes notes : point du tout. Le vent qui fait parler, par exemple, le ré à la suite de l'ut, le manque absolument quand le même ré est à la suite du mi au-dessus, & ainsi des autres notes. Qu'on calcule, on verra qu'il a fallu le double de différens vents, sans compter les dièses pour lesquels il faut toûjours un vent particulier. L'auteur a été lui-même étonné de voir cet instrument avoir besoin d'une combinaison si variée, & il a été plus d'une fois prêt à desespérer de la réussite : mais le courage & la patience l'ont enfin emporté.
Ce n'est pas tout : ce flageolet n'occupe qu'une main ; l'automate tient de l'autre une baguette, avec laquelle il bat du tambour de Marseille ; il donne des coups simples & doubles, fait des roulemens variés à tous les airs, & accompagne en mesure les mêmes airs qu'il joue avec son flageolet de l'autre main. Ce mouvement n'est pas un des plus aisés de la machine. Il est question de frapper tantôt plus fort, tantôt plus vîte, & de donner toûjours un coup sec, pour tirer du son du tambour. Cette méchanique consiste dans une combinaison infinie de leviers & de ressorts différens, tous mûs avec assez de justesse pour suivre l'air ; ce qui seroit trop long à détailler. Enfin cette machine a quelque ressemblance avec celle du flûteur ; mais elle a été construite par des moyens bien différens. Voyez Obser. sur les écrits mod. 1741. (O)


Per altri approfondimenti si veda:

http://www.automates-anciens.com/version_italienne/index.htm


http://it.wikipedia.org/wiki/Androide
http://it.wikipedia.org/wiki/Cyborg
http://it.wikipedia.org/wiki/Robot

http://www.answers.com/android
http://www.answers.com/automaton
http://www.answers.com/topic/cyborg
http://www.answers.com/robot

La macchina antropomorfa


Antropomorfo

Che ha forma e fattezze umane. Nome dato da Linneo a un ordine di quadrupedi che comprende alcuni generi di animali che comprendono le scimmie e il bradipo Linneo assegnò questo ordine anche al genere Homo, ma polemiche essenzialmente di natura filosofico-teologica, piuttosto che zoologica o sistematica, costrinsero comunque Linneo a spostare l'uomo, nella decima edizione del Systema Naturae, in cima alla nuova classe dei Primati chiamando per la prima volta la specie col nome di Homo sapiens.

English: antropomorphic
Dansk: antropomorf, menneskelignende
Nederlands: antropomorf, mensachtig
Français: anthropomorphique
Deutsch: anthropomorphisch
Ελληνική: ανθρωπομορφικός
Italiano: antropomorfo
Português: antropomórfico, antropomorfo
Русский: антропоморфический
Español: antropomórfico
Svenska: antropomorfistisk

http://www.designindex.it/antropomorfo.htm

http://www.answers.com/topic/anthropomorphic

Tuesday, March 13, 2007

In cucina, al tempo dell'antica Roma

Le "cose" devono essere conosciute anche per il loro specifico nome: è ciò che accadeva anche al tempo della Roma imperiale quando le ricche stoviglie usate dai patrizi avevano raggiunto un grado di raffinatezza assolutamente alto. Ecco i nomi delle "cose" più usuali, alcune voci provengono direttamente dal greco (gr.):

Calathiscus: bicchiere
Calathus: coppa a tronco di cono svasato
Cantharus: calice
Cochlear: cucchiaio
Colum: colino
Cynthus: coppa
Ferculum: vassoio
Forma: stampo da cucina
Harpago: mano uncinata in ferro, per prelevare i cibi dal forno
Infundibulum: colino per infusioni
Kylix (gr.): coppa
Lanx: piatto da portata
Ligula: cucchiaio di forma allungata
Mensula: base per piatto
Modiolus: bicchiere
Modulus: vaso per mescere
Oinochoe (gr.): anfora per vino
Ollula: piccola olla
Olpe: brocca
Patera: vasca semisferica con manico piatto
Phiale: coppa di grandi dimensioni
Scyphus: coppa in vetro o argento a doppia ansa
Simpulum: attingitoio, coppa per attingere da un vasum potorium
Trulla: patera con fondo piatto; cucchiaio da portata
Vasum potorium: vaso per bevande


La preparazione di un banchetto dall'affresco della "tomba Golini 1" a Orvieto.

Quando tutte le cose erano vive

"Una volta le cose erano molto diverse da adesso. Ogni cosa aveva un'anima; ognuna era viva. Quando si era mangiato una renna, la carne tornava a formarsi sopra le ossa. Bisognava soltanto stare attenti a non schiacciare nè spezzare nessun osso.
Non c'erano slitte a quei tempi. Le case erano vive, e si movevano, con tutto quanto v'era dentro, comprese le persone, da un luogo all'altro. Si sollevavano per aria con un rumore impetuoso, e volavano là dove la gente intendeva trasferirsi. La neve caduta di fresco, a quei tempi bruciava.
In ogni cosa c'era vita. Le pale da neve giravano da sole, spostandosi da un luogo all'altro senza bisogno di portarle. Ed è per questo che ora, trovandoci in luoghi deserti, non si osa piantare una pala nella neve, perché si teme che diventi viva e se ne vada per conto suo. Perciò le pale si posano sempre su la neve orizzontalmente, non diritte.Tutte le cose eran vive in quei tempi lontani."

Leggenda di Padlermiut (Baia di Hudson, Barren Grounds) da: Raffaele Pettazzoni, Quando le cose erano vive. Miti della natura, Torino : Utet, 1991, p. 36; orig. In Kn. Rasmussen, Intellectual Culture of the Caribou Eskimos, Copenhagen 193o, p. 82.

La cucina e la cultura materiale

La cucina, e in generale le tecniche legate all'approvigionamento del cibo e all'alimentazione, rappresentano un asse portante nell'evoluzione della specie umana.
La storia della cultura materiale trova nella cucina (in generale, ma anche in particolare nella cucina di ciascuno di noi) elementi fondanti e questo ambiente assieme all'insieme di pratiche che in esso si svolgono diventa un laboratorio ideale non solo per ripercorrere in una ontogenesi personale le tappe di un'evoluzione che ha percorso l'intera storia.
Così, in cucina si ritrovano i quattro elementi di cui gli antichi credevano fosse composto il mondo: acqua, fuoco, terra e aria. Ma in cucina arrivano anche le tecnologie più innovative e raffinate.
La cucina è soprattutto nella società borghese e industriale il baricentro della casa.

La storia e la cultura materiale

La storia è innanzitutto racconto, narrazione, e sorge dall'esigenza di fare memoria del proprio passato per acquisire consapevolezza nel (e del) presente.

La storia cerca una sua obiettività (anche se in assoluto essa non sarà mai raggiungibile) fondando le proprie narrazioni sui documenti, che sono scritture che hanno ottenuto una certificazione nello spazio e nel tempo.

Le scritture sono segni su un supporto materiale che esprimono un messaggio: scritture sono i manoscritti e i libri, ma anche le fotografie, i segnali stradali, le registrazioni audio su un CD, le immagini su uno schermo al plasma.

Le "cose", gli oggetti prodotti e usati dagli uomini e dalle donne, possono apparire a un investigatore semplici "reperti"; ma se ad esse è associato un messaggio si trasformano automaticamente in scritture (magari "tacite" o "mute"): quando alle cose si associa una narrazione e quando questa narrazione trova una sua collocazione nello spazio e nel tempo, sì da poter essere inserita nella successione di cause ed effetti di una serie di eventi, allora anche le "cose" diventano "documenti" e servono di sostegno alla storia.

La storia della cultura materiale è una disciplina che si colloca nell'ambito disciplinare dell'antropologia e studia l'evoluzione del rapporto uomo-cosa e quindi si interessa di tutte problematice (mitologiche, archeologiche, tecnologiche, sociali, economiche, ecc. ) legate alla produzione di utensili e beni di consumo, al loro uso e alle modificazioni che dette "cose" hanno comportato in generale nel comportamento dell'uomo in relazione ai suoi simili e all'ambiente.

La storia della cultura materiale, sviluppata in questo Corso, non si sofferma sulle tecniche, ma piuttosto sui contesti da cui le "cose" e le tecniche ad esse relative hanno avuto origine e anche sulle trasformazioni che dette "cose" hanno comportato nell'uomo.

Questo Blog segue le lezioni di Storia della cultura materiale per gli allievi del Corso di Laurea in Disegno Industriale del Prodotto Ecocompatibile della Prima Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino nell'anno accademico 1006-2007.

Testi di riferimento per il Corso sono:
· Vittorio Marchis, Storia delle macchine. Tre millenni di cultura tecnologica, Roma-Bari : Laterza, 2005.
· Vittorio Marchis e Filippo Nieddu, Materiali per una storia delle tecniche, Torino : Celid, 2004.
· Alberto Bassi, Design anonimo in Italia, Milano : Electa, 2007.
· Massimo Montanari, Il cibo come cultura, Roma-Bari : Laterza, 2004.